Doping in alta quota

Sul numero di Outside di aprile c’è un bel reportage di Devon O’neil che parla del problema doping associandolo alle spedizioni in alta quota. La storia di riferimento è quella di un assicuratore di 27 anni, ricoverato nella clinica dell’Everest con un rush allergico alla cute ed il collo gonfio come un canotto. Il ragazzo aveva assunto del dexametasone. Questo farmaco, pieno di controindicazioni ed usato per terapie tumorali, diminuisce notevolmente i problemi dell’altura e della decompressione dovuta alla salita ed alla discesa in quota, ma a causa del sovradosaggio ha mandato in tilt sia il cervello che il fisico dell’americano, con crisi surrenali, insonnia ed altri effetti collaterali.

L’articolo parla di altri tipi di doping più o meno conclamati in montagna, di diversi farmaci dopanti proibiti tra cui l’EPO, e vengono citati un altro paio di casi in cui si sono verificati malori per effetti causati da sostanze proibite e si cerca di capire quanti interessi ci sono dietro (sembra ce ne siano di grandissimi, anche nei dintorni dell’Himalaya, con medici e cliniche che lavorano molto per procurare facilmente steroidi). Ci sono opinioni anche illustri, come quella di Reinhold Messner (che definisce chiaramente come truffatori questi soggetti), e ci si chiede se sia possibile controllare tutto ciò, o almeno porre dei limiti, dato che sembra una pratica alquanto diffusa e nemmeno tanto nascosta. Come possono, ad esempio le guide, poter richiedere un esame antidoping sul posto, oppure una perquisizione totale dell’attrezzatura che hanno in dotazione i partecipanti alla spedizione? Si può chiamare in causa la Wada per i controlli?

In realtà un altro problema è che alcuni ottomila, specialmente l’Everest, da diversi anni sono diventati accessibili praticamente a tutti. Orde di tour operator organizzano spedizioni e chi per sfizio o chi per passione decide di imbarcarsi in una faccenda simile, spesso non si cura di tutto il resto che viene richiesto dalla montagna per potere essere affrontata in modo adeguato. Quindi poca preparazione, allenamento insufficiente, passione latente ma perché non provare a raggiungere l’obiettivo con un aiutino?

E’ un peccato leggere storie simili, in fondo la prima cosa che ti chiede la montagna è di essere sì determinato, ma sempre sincero e di saper riconoscere i tuoi limiti, qualora vengano allo scoperto.

Foto: Outside Magazine

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