Tesori, corsi (d’acqua) e ricorsi (storici)

Ho letto sulla Stampa l’articolo del fortunato ritrovamento avvenuto nell’astigiano da parte di un gruppo di ragazzi che navigando il Tanaro hanno rinvenuto diversi pezzi di argenteria. Da brave persone, hanno portato tutti ai carabinieri ed ora attenderanno l’eventuale reclamo del proprietario, altrimenti fra un anno ne diverranno possessori.

La prima cosa che mi è tornata alla mente, in ambito di tesori pescati nei corsi d’acqua, è la mirabolante storia dei “falsi Modigliani” di Livorno, di cui sentii parlare per caso alcuni anni fa in televisione. Mi conquistò all’istante.

Avvenne nel luglio del 1984, esattamente 30 anni fa. Per chi non conosce la storia, vale la pena perdere qualche minuto per apprezzarne il valore storico, vi basti pensare che è stata appena inaugurata una mostra per celebrare l’anniversario della beffa architettata dai 3 “ragazzi di Modì”. Questo un breve riassunto, preso da Wikipedia:

In occasione di una mostra promossa nel 1984 dal Museo progressivo di arte moderna di Livorno (oggi scomparso, ma all’epoca ospitato nei locali di Villa Maria) per il centenario della nascita e dedicata alle sue sculture, su pressione dei fratelli Vera e Dario Durbè si decise di verificare se la leggenda popolare locale, secondo la quale l’artista avrebbe gettato nel Fosso Reale delle sue sculture fosse vera.

Secondo la leggenda infatti nel 1909 Modigliani tornò temporaneamente a Livorno decidendo di scolpire alcune sculture che mostrerà poi presso il Caffè Bardi ad amici artisti, i quali lo avrebbero deriso consigliandogli di gettarle nel fosso. Dragando il canale nei pressi della zona di piazza Cavour, dove si trovava il Caffè Bardi, vennero ritrovate tre sculture rappresentanti tre teste.

I critici d’arte si divisero: da una parte Federico Zeri che negò subito l’attribuzione e dall’altra Dario e Vera Durbè, conservatrice dei musei civici livornesi, ed ancora Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi attribuirono le teste con certezza a Modigliani. Un mese dopo il ritrovamento un gruppo di quattro studenti universitari livornesi si presentano alla redazione del settimanale Panorama dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell’atto di scolpire una delle teste, ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire.

La cosiddetta “testa numero 2” era opera loro, realizzata per burla con banali attrezzi prima di essere gettata nottetempo nel Fosso Reale e come prova mostrarono una fotografia che li ritraeva con la scultura. Di fronte alle perplessità suscitate, tre di loro furono invitati a creare in diretta un nuovo falso, durante uno Speciale TG1, al fine di dimostrare coi fatti la loro capacità di realizzarlo in “così poco tempo” (come riteneva invece impossibile Vera Durbè, la quale fino alla morte si riterrà convinta, almeno apparentemente, dell’originalità delle tre teste).

Successivamente, anche a seguito dell’invito rivolto in televisione da Federico Zeri, anche l’autore delle altre due “teste” uscì dall’anonimato; si trattava di Angelo Froglia (Livorno 1955-1997), un pittore livornese lavoratore portuale per necessità, il quale dichiarò che la sua non voleva essere una burla, ma che si trattava di «…un’operazione estetico-artistica – per verificare – fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti».

Foto: La Nazione

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