Mese: settembre 2014

Vongole e Bolle

Qui a Fano, per molti, si esce da una settimana triste. Domenica scorsa, verso sera, è arrivata la notizia della morte improvvisa di Peppe Nigra, molto conosciuto a livello locale. Era un comico, era un attore teatrale, era un deejay, era un gestore del Bardàn, era un ideatore di rassegne, era tante cose assieme.

Lo conoscevo pochissimo, personalmente, ma molti qui lo adoravano per quello che era e faceva, pur senza doverlo per forza conoscere di persona.

Le testimonianze di questi giorni, leggendo i messaggi sulle bacheche Facebook, guardando le foto, i video e i ricordi postati dai tanti amici, hanno creato un insieme di documenti bellissimi, che mi son trovato spesso rileggere e rivedere la sera, prima di dormire, per riflettere su alcune cose. Ok si, ce ne andiamo tutti, ma cosa lasciamo? Peppe Nigra sembra aver lasciato tanto. La sola pagina FB del Bardàn ne è la prova, i video dell’ultimo saluto degli amici, fatto a modo loro e come sarebbe piaciuto a lui, è semplicemente da brividi.

Tutto il resto, come questo video, è consegnato alla storia di Fano e dei posti che l’hanno visto protagonista.

Gli U2 e i critici di #miononnoincarriola

Matteo Bordone mi legge nel pensiero parlando in un articolo dell’ultimo, discusso e da troppi detestatissimo album degli U2 (regalato a tutti gli utenti iTunes con una mossa commerciale degna di una menzione storica eterna).

Bordone è molto critico verso il disco, pur essendo un loro fan. Eppure, all’inizio, dice una cosa sacrosanta:

Il 98% dei grupponi di oggi può sognare di portare in giro un tour come ZooTV, anche a vent’anni di distanza. E tutti quelli che sostengono che gli U2 siano un gruppo da sempre orrendo lo fanno perché sono insicuri e non sanno le cose, poveri. Stiamo loro vicini, mentre vanno a vedere gruppi dell’Idaho che hanno fatto un EP a 78 giri recensito bene su Pitchfork.

E’ proprio qui il problema. Che “songs of innocence” sia una cagata lo possono dire in tanti, mi posso mettere tra quelli perché non lo reputo un disco degno di nota (parlando di U2), ma ci vorrebbe un certo rispetto di fondo nel dirlo.

Fondamentalmente, e andando nello specifico, mi rompe veramente le palle vedere i commenti sprezzanti di alcuni. Già me li vedo chi sono, quelli che si ammazzano di pseudo gruppi post-indie-pop-folk, che si strappano i giubbotti per l’ultimo dei “Bimbo Sons & Fichis Sisters” senza sapere che quel suono derivi proprio da un “Joshua Tree”, che manco sanno quando e dove fu registrato “Achtung Baby” e cosa voleva dire rischiare suoni del genere dopo il disco precedente, che magari molti di quei gruppetti han fatto da guest prima dei loro concerti, quelli che al primo disco bene al secondo boh e al terzo siete già sciolti, quelli che si sognano di scrivere mezza strofa di “I Still haven’t found…”, che manco si rendano conto cosa voglia dire portare avanti un 360° tour a 50 anni quando tu poveretto ti senti onnipotente per aver fatto 4 canzoni da 2 accordi l’una in un festival inglese di periferia in mezzo al fango.

Si potrebbe continuare per ore, perché il rispetto di cui parlo se lo sono guadagnato sul campo. E per come la vedo io, è ingiusto campare di rendita ma è giusto riconoscere il dovuto. E per tutti gli altri, che rosicano e sputano fuoco, mi viene solo da citare Al Pacino in Scent of a Woman: “E voi: Harry, Jimmie, Trent, dovunque siate laggiù…andate a fare in culo!”.

Foto: Skiforum

Why not Umbria?

Sono marchigiano, tra l’altro fanese, quindi ho sempre avuto una visione particolare degli umbri, nostri “vicini di casa” (per noi son tutti “Perugini”, senza distinzione) che da tanti anni invadono le coste adriatiche soprattutto nei fine settimana.

Dopo questa estate, sento di dover fare delle dovute riflessioni sul prenderli in giro, perché la rivelazione dell’estate, per il sottoscritto, è stata una regione: l’Umbria.

Ho fatto ben 4 uscite in Umbria solamente questa estate, tutte in moto dato che in qualche modo sta spesa la devo ammortizzare (12000 km in 2 estati…direi non male). Il 2013 era stato l’anno della Toscana, quest’anno abbiamo deciso di approfondire la “terra di mezzo”, trovando tantissime sorprese positive. La prima uscita è stata in maggio, poi una a fine giugno, una breve gita il giorno di ferragosto ed infine l’ultima domenica scorsa.

Abbiamo girato tanti punti-chiave della regione. alcuni posti in cui sono stato, giusto per darvi dei nomi: Assisi, Spello, Foligno, Bevagna, Cascia, Norcia, Spoleto, Sigillo, Gualdo, Bastia Umbra, Gubbio, Roccaporena.

Alcuni luoghi ci hanno lasciato senza parole, sotto parecchi punti di vista: storico, culturale, enogastronico ma soprattutto in quanto ad idee e proposte. A me son sembrati tutti molto più attivi, sicuramente più consapevoli di quali siano le poche potenzialità da sfruttare, con punte di qualità eccellenti come il “Festival dei 2 mondi” di Spoleto oppure il festival “Umbria Jazz”.

Essendo uno a cui piace mangiar bene, dallo scorso anno ho preso l’abitudine di scrivere in un taccuino tutto quello che mangio e bevo durante i miei viaggi, e sono già a buon punto. Ne sta venendo fuori una miniguida personale, sempre utile in caso qualcuno mi chieda consigli su posti che ho già frequentato.

Vi scrivo di seguito i top 3 che ho visitato in Umbria e relativi consigli.

Spoleto: “Osteria dal Matto” in centro, in una parte alta della città. Sarebbe da andarci solamente per fare due parole con il titolare, davvero un personaggio. Il bello è che pure la cucina è ottima. Noi siamo andati a pranzo, il menù era fisso per tutti ma non è avanzato nulla di tutto quello proposto.

Bevagna: “La bottega di Assù”. Localino per aperitivi, vicino alla piazzetta se non ricordo male. L’interno è arredato in maniera divina, con libri, fotografie e storie appesi un po’ ovunque. La titolare è molto cordiale, il paese è stupendo e pure i vini proposti erano di tutto rispetto.

Assisi: “Le Mandrie di San Paolo”. Agriturismo che si arrampica sul monte Subasio, molto vicino ad Assisi città, ci si arriva uscendo ad “Assisi Viole-Rivotorto” dalla superstrada e seguendo le indicazioni in un sentiero stretto e ripido. E’ un posto adatto praticamente a tutto, che sia pranzo, cena, relax, dormire, fare un bagno in piscina…e cosa non da meno offre una vista favolosa su tutta la vallata davanti, da dove è possibile vedere scorci anche molto lontani. Bisogna andarci, anche solo per conoscere Alessandro, il gestore. Consigliatissimo.

Io qualche dritta ve l’ho data, se volete provare a smentirmi vi invito a fare un giretto in questi posti.

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Jeff, Grace e me 20 anni dopo

Me lo ricordo ancora bene. Era il 1998, in edicola c’era ancora “Tutto” (rivista di musica molto in voga all’epoca) che usciva allegando il cd di “Ten” dei Pearl Jam, se non erro a 12 mila lire tutto compreso. Era un’occasione per sentire di che si trattava.

Ascoltai il disco ma diedi un’occhiata anche al giornale. All’interno c’era un articolo intero che parlava della misteriosa morte di questo cantante per me fino ad allora sconosciuto. Veniva descritta come una perdita immensa, e non si faceva che parlare di questo album, “Grace”, definita un’opera eterna.

Lo lessi e rilessi più volte. Giorni dopo andai al Disc&Soda, presi il cd e mi misi ad ascoltare. Fu una rivelazione, avevo scoperto Jeff Buckley. Lo ascoltavo ovunque, ricordo serate intere nel divano col lettore cd portatile e l’album in loop, gite di classe, viaggi in scooter al lavoro estivo con gli auricolari sotto il casco ed “Eternal Life” a schitarrare sotto.

Ho letto che il 23 agosto ricorrevano 20 anni dalla pubblicazione di questo unico, solo, inimitabile, inarrivabile disco inciso da Jeff Buckley.

Leggendo questo articolo di Arianna Galati ho pensato che è bello ritrovare in altre persone le stesse emozioni che un album ha saputo darti. Non faccio fatica a mettere Grace nei primi 5 album della storia, faccio solo fatica ancora oggi ad accettare il fatto che uno come Jeff ci abbia lasciato così dannatamente presto.

Il tiro al Montezemolo

 

Sulla brutta, anzi bruttissima, questione Marchionne-Montezemolo-Ferrari sento di affidarmi completamente alle parole di un “insider” d’eccezione come Leo Turrini dalle colonne del suo blog:

…Quanto è successo, mediaticamente e ovviamente anche in pista, nel week end di Monza non è stato triste. E’ stato penoso. E voglio essere onesto fino in fondo.
Di Marchionne condivido una cosa: quando dice che due (due, accidenti, ha detto due!!!) campioni come Alonso e Raikkonen non possono essere mandati a gareggiare con una Rossa tanto scadente.
Però, la ricetta non è tagliare un’altra testa, stavolta la più illustre.
Così come non abbiamo risolto nada liquidando Baldisserri-Dyer-Mazzola-Costa-Domenicali-Marmorini, prossimamente non risolveremo nada mandando in pensione LCDM…

Marchionne pensa che tutto si possa gestire come un’azienda qualsiasi, ma forse mai come nel caso della Ferrari si dovrebbe tener conto della variabile più importante: la passione.

Alla Ferrari, come alla Juve, vincere è l’unica cosa che conta. Luca di Montezemolo lo sa bene, e non credo abbia problemi a mettersi in discussione in quanto a risultati SPORTIVI, anche perché ci si potrebbe attaccare solo a quelli, visti gli eccellenti andamenti economici dell’azienda.

Quello che Marchionne sta facendo non è altro che buttarlo dalla finestra come un sotto-manager qualsiasi, facendolo passare per uno sprovveduto che vive di rendita essendo da sempre in orbita Maranello, senza tener minimamente conto di quello che è riuscito a portare in casa Fiat quando pioveva solo merda da qualsiasi settore produttivo della grande famiglia.

E’ stata una tipica uscita in “stile-Agnelli” (ricordate l’annuncio del fine rapporto tra Del Piero e la Juve?) di cui avremmo volentieri fatto a meno, ma che segue un percorso in cui il manager col golfino è stato spesso protagonista.

Ricordate a Sergio Marchionne, piuttosto, che c’è solo una macchina, anche oggi, che qualsiasi pilota di F1 desidererebbe guidare un giorno, e si tratta della Ferrari. E’ così da sempre, grazie anche a gente come Montezemolo. Faccia il suo lavoro, ma faccia anche in modo che questo pensiero non muti nel tempo.

Foto: Ansa.it

All’estero sono sempre più bravi

Sulla Gazzetta di oggi c’è un’intervista a Danilo Gallinari, che prima della crescita di Belinelli era considerato il miglior giocatore italiano in Nba, ma che è ormai fermo ai box da praticamente un anno e mezzo, causa ripetuti problemi ad un ginocchio operato più volte.

Le sue parole, veramente pesanti, aiutano ad aumentare la mia convinzione sul fatto che alcune reputazioni di “santoni” e medici luminari oltreconfine sarebbero da rivedere, se proprio da non tenere in considerazione. Abbiamo fior di specialisti in Italia, alcuni ad esempio su articolazioni e ginocchio. Per fortuna, Gallinari l’ha capita. Per quanto riguarda altri, le cose sembrano ormai irreparabili.

Se tornassi indietro non andrei da Steadman. Su questo anno e mezzo scriverò un libro con molti fatti che non ho raccontato. Meglio lasciar perdere perché potrei scaldarmi. Dico solo che un mese dopo il mio intervento Steadman dichiarò che non avrebbe più operato. La mia è stata una scelta sbagliata, ma era considerato uno dei migliori e aveva la clinica a un’ora di auto da Denver. Ora, poi, vedo i casi di Giuseppe Rossi, di Westbrook, della Vonn e di chissà quanti altri non famosi a cui non è andata bene fidandosi di lui”