Un mese di 30 anni fa

Sto leggendo “Il desiderio di essere come TUTTI” di Francesco Piccolo, acquistato ad inizio estate e rinviato a giudizio per diversi mesi, per poi essermi tornato tra le mani poche settimane fa.

Il romanzo, che racconta insieme la vita dell’autore di pari passo alla sua formazione politica, ha vinto il Premio Strega 2014 ed ha riscosso un successo notevole.

Devo ancora finirlo, ma non ho bisogno di attendere la conclusione per poter dire che è sicuramente un bel libro. Alcune storie, trattandosi della storia politica degli ultimi 40 anni, io me le sono perse completamente, vuoi perché non ero nato, vuoi perché ero troppo piccolo, e vuoi perché il mio battesimo politico vero e proprio è coinciso con il secondo governo Berlusconi. Alcune figure politiche sono passate distrattamente davanti ai miei occhi, ne ho sentito parlare, ma non le ho mai studiate fino a fondo, mai approfondite nei dettagli. E’ il caso di Enrico Berlinguer e Bettino Craxi.

C’è una parte, nel romanzo, in cui l’autore racconta un periodo storico fondamentale della spaccatura tra comunisti e socialisti che avvenne nella sinistra degli anni ’80. Siamo nel 1984, al culmine dello scontro tra importanza della tradizione e necessità di osare per progredire, si parte da Verona e si arriva a Padova, un solo mese di tempo per passare da un congresso socialista alla morte del più amato segretario del partito comunista italiano. Vi riporto alcuni stralci fondamentali:

L’11 maggio 1984, nel momento in cui è entrato nel palazzetto dello sport di Verona, e tutto il pubblico ha cominciato a fischiare, io sono diventato Enrico Berlinguer…

…Non ci hanno fischiato soltanto, hanno cominciato a scandire «scee­mooo, scee­mooo», mentre braccia si levavano per mostrare garofani rossi e il segno delle corna. Noi avanzavamo seguendo le indicazioni di una signora, avevamo tanta gente intorno che faceva in modo di proteggerci, ma in realtà nessuno stava tentando di aggredirci. Ero Berlinguer per la tristezza e la rabbia che provavo, per l’impotenza identica che sentivamo, là in mezzo a un palazzetto gremito di gente. Non trovavamo la strada, come inebetiti, mentre uno speaker urlava che eravamo loro ospiti e bisognava accoglierci come degli ospiti. Ma i fischi diventavano più forti, anche per coprire la voce dello speaker, e si sentiva anche, insieme, altrettanto limpido, il suono ritmato di sceeemoooo urlato da una specie di coro. Noi eravamo il segretario del Partito comunista, eravamo la persona più amata da tutti, anche dagli avversari, e ci dicevano sceemooo e ci fischiavano in modo assordante…

…Finalmente arriviamo in una specie di lungo banco – ci hanno indicato il posto, ci siamo diretti lì. Alziamo lo sguardo solo un attimo, in modo quasi distratto, perché a quel punto abbiamo tutta la gente di fronte, un semicerchio tonante, ma è sufficiente per vedere garofani e corna agitarsi di più. Per sentire anche «venduto», «buffone». Poi ci sediamo. Senza aver fatto un solo gesto di insofferenza, di sfida, di accusa. Siamo stati impassibili, anche se scioccati. Perduti.

Craxi parlò tre giorni dopo, nel discorso di chiusura dei lavori. «Mi dispiace che il congresso del partito sia venuto meno ad un dovere di ospitalità nei confronti del segretario del Partito comunista compagno Berlinguer e della delegazione comunista». E qui l’assemblea applaude convinta, come se il segretario la stesse spingendo a delle scuse. Lui se ne rende conto e allora va subito con voce serena contro gli applausi, li copre con uno scandito però – che zittisce tutti.
«Però quando una norma così ben conosciuta anche da noi viene violata, il che è un fatto grave, vuol dire che avviene per una ragione grave». La posizione di Craxi sta deviando verso un’altra conclusione, ma continuando a simulare la denuncia dell’accaduto. Dice: «So bene» – e qui fa una di quelle pause sue, famose, molto lunghe, che sembrano (o vogliono realmente) riacchiappare la chiarezza del pensiero per esporlo in modo ordinato, in quel modo – bisogna ammetterlo – inimitabile, in cui la complessità del giro di frase e la chiarezza del significato, sono inequivocabili. C’è silenzio totale dopo quel «So bene» detto indicando tutti e poi guardandosi intorno come per godersi il conforto della sua gente e fermandosi con lo sguardo fisso in un punto, nel vuoto, come se non dovesse continuare più – poi riprende all’improvviso, rivolgendosi a tutta la platea, di nuovo con il braccio sinistro steso verso l’alto, il dito indice puntato verso qualcuno…
«… che non ci si indirizzava ad una persona» – e qui un’altra pausa, guardando dritto negli occhi tutti, davanti a lui; e poi il braccio e il dito fanno un giro largo, inclusivo: «ma ad una politica che questa persona forse interpreta con maggiore tenacia di altri e non sappiamo fino a che punto convincente anche per tutto il suo stesso partito, una politica che noi giudichiamo profondamente sbagliata». Qui nessuno applaude, perché la virata è forte, violenta. Sorprendente, nonostante l’inimicizia. Ma manca ancora l’affondo teatrale, plateale: ruotando sul posto lentamente, tenendo il braccio largo a includere non più tutti, ma ognuno, per spingerli all’attenzione per ciò che sta per dire, che sembra voglia dire da tre giorni, Craxi conclude:
«E se i fischi erano un segnale politico che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare»…

…Non si è unito ai fischi che ci hanno fatto, solo perché non sapeva fischiare. Una frase che non è stato mai possibile accettare. Un punto fermo della mia divaricazione, da cui non era più possibile tornare indietro: l’amore per (l’identificazione con) Berlinguer, l’odio per Craxi.
Prima, una collettiva dimostrazione di inimicizia, violenta, mai prima espressa nei confronti di Berlinguer (nostri), da nessuno schieramento avversario. Poi la frase di Craxi. Da uomo libero e autonomo, dico con serenità che non ho (non abbiamo) mai perdonato e che non perdonerò (perdoneremo) mai. Per me Craxi, da quel momento, rimarrà per sempre quello che dice che non ha fischiato solo perché non sa fischiare. Non c’era ancora il crescendo sfacciato del finanziamento ai partiti, il dilagare del potere senza controllo, Tangentopoli, l’esilio di Hammamet e tutto il resto. Tutto quello che è venuto dopo, e che riguarda Craxi e il suo disfacimento personale e politico, non mi ha più toccato nel profondo…

…Dopo Verona, Berlinguer cambia tono. Nel direttivo del 5 giugno propone con forza il referendum abrogativo della legge sulla scala mobile, e spinge con altrettanta forza verso una decisione rapida. È evidente, da una parte e dall’altra, che non c’è soltanto una questione di principio, in cui entrambi credevano – sì alla scala mobile, basta con la scala mobile – ma una sfida politica nella quale uno deve uscire vincitore e l’altro perdente.
Due giorni dopo, Berlinguer va a Padova per un comizio per le elezioni europee. Mentre parla si ferma. Non ce la fa, sta male. Il pubblico lo applaude, gli urla «Enrico» per incoraggiarlo. Lui si toglie gli occhiali, beve dell’acqua, poi ricomincia, continua ad asciugarsi le labbra con un fazzoletto, va avanti ma la voce si perde, gli urlano «basta» perché non ce la fanno a vederlo così. Lo fanno smettere con applausi e urla, scandiscono «Enrico-­Enrico». Lui riesce a dire una frase finale e poi va via, spinto dalle insistenze delle persone intorno. Arriva in albergo, si stende sul letto dicendo che ha mal di stomaco. Non riprenderà mai più conoscenza…

…Craxi arriva all’ospedale di Padova il 10 giugno. Il fratello di Berlinguer, Giovanni, è sceso in strada a chiedere a tutta la gente di accogliere il presidente del Consiglio con compostezza. Quando l’auto di Craxi si ferma davanti all’ospedale, passa tra due ali di folla silenziosissima. Lo stesso, quando esce. Berlinguer è in coma…

…Craxi chiede poi di salutare la moglie e i figli di Berlinguer; ma gli viene fatto sapere che preferiscono non incontrarlo.
Berlinguer muore il giorno dopo, l’11 giugno. Un mese esatto dopo i fischi di Verona.

Naturalmente, è un libro che vi straconsiglio di leggere. E’ scritto molto bene, riporta alla luce molti avvenimenti che hanno fatto la storia dell’Italia del dopoguerra, sia politica che sociale, ed a tratti entra in un’intimità molto discreta ma allo stesso tempo molto lucida ed autocritica verso le scelte che tutti, prima o poi, siamo chiamati ad affrontare nella nostra vita.

Testo e Foto: Il Post

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