Mese: novembre 2015

L’ultimo allenamento

A differenza di quanto fatto per la Collemarathon, mi accingo ad affrontare la maratona di Firenze senza aver mai scritto una sola riga del mio percorso di avvicinamento su questo blog.

Domenica si corre la 32esima Firenze Marathon e dovrei essere ai nastri di partenza, assieme ad altri miei compagni di squadra. Il condizionale è d’obbligo, viste le ultime vicissitudini.

In due settimane:
– ho comprato un nuovo paio di scarpe che si son rivelate indigeste per i miei piedi, dovendo rimediare con un nuovo acquisto dello stesso modello delle mie Asics precedenti, riportando il piede alle vecchie abitudini in pochissimi giorni;
– mi hanno respinto l’iscrizione per un cavillo sul certificato medico ritenuto non regolare, dovendomi far correre ai ripari in tempi brevissimi;
– ho in mano da 4 mesi i biglietti di andata e ritorno già pagati per i treni, e arriva puntuale lo scioperone a rendere tutto incerto. Sarà un viaggio della speranza, ci attendiamo il peggio ma non sto riuscendo a trovare alternative;
– dolori in due parti del corpo molto delicate, l’alluce del piede destro che si è gonfiato e un improvviso dolore alla parte alta della schiena che mi sta bloccando da ieri sera.

Comunque sia, speriamo di arrivare a Firenze decentemente e con la testa abbastanza preparata. Ho fatto l’ultimo allenamento, che è di una surrealità unica. Non so gli altri, ma io lo faccio a sensazione, senza guardare l’orologio, ripensando da dove son partito e dove sono arrivato. Ieri sera ho ripercorso tutti i posti principali del mio lungo allenamento, è stata una bella uscita. Ho iniziato questo percorso svegliandomi alle 5:30 nelle afose mattinate di luglio, e chiudo uscendo vestito da cosacco durante la prima vera settimana a clima invernale.

Personalmente il mesetto di “scarico” che va dal lunghissimo alla Maratona lo metto tra le cose più difficili da gestire, quando ci si prepara per questo evento. La tensione scende, hai benzina ma hai paura di strafare, se fai un po’ meno ti senti in colpa perché forse ti sei allenato male, diciamo che in generale si rischia di rovinare tutto se non si sta anche attenti con l’alimentazione. Una sensazione di rilassatezza relativa, che deve essere gestita bene.

Vada come vada, ormai ci siamo. Non si torna indietro, ammesso e concesso che mi facciano arrivare a Firenze entro domenica in qualche modo.

Jonah Lomu

L’attualità richiederebbe altri articoli, altre riflessioni ed altri spunti su cui discutere, dire la propria, far sentire la propria opinione. Sinceramente, vedo che sin troppi stanno esprimendo le proprie opinioni, più o meno condivisibili, e non me la sento di scriverne nel blog. Siamo diventati tutti opinionisti ed abbiamo tutti ragione, quindi tengo per me i pensieri al riguardo, e scrivo d’altro.

Oggi, 18 novembre 2015, ci ha lasciati Johan Lomu, totem della squadra neozelandese e leggendario trequarti di rugby a 15.

Avete presente quelle frasi del tipo “c’è stato un rugby prima e dopo di Lomu” oppure “ha rappresentato lo spartiacque tra diversi modi di intendere questo sport”…ecco…qui dobbiamo usarle, non ne possiamo fare a meno.

Pochi conoscono le regole di questo sport, tutti conoscono Jonah Lomu o almeno ne hanno sentito parlare o hanno visto di sfuggita anche solo una sua cavalcata. Ha impersonificato l’invicibilità e l’ha mischiata con una carriera piena di fragilità, che si è drammaticamente riproposta anche oggi con una morte prematura a soli 40 anni. Che peccato.

Non ha mai vinto una Coppa del Mondo, eppure tutti si ricordano le sue mete. Ha dovuto smettere più volte nel pieno della carriera, ed ha fatto la storia. Così forte, così fragile.

Ricordo di essermi interessato alle sue gesta dopo uno storico spot che fece per Adidas. Prima c’era un rugby, fatto di alcune cose molto belle ma sempre confinate in una platea molto ristretta. Dopo Lomu, il rugby divenne fico. Gli sponsor fecero follie per accaparrarsi i talenti e metterci il loro marchio, Adidas arrivò per prima e fece degli All Blacks un brand totale, aiutati da atleti come lui.

Lo vidi di persona a Firenze, durante un Italia-Australia, test match del 2010. Ci fu un po’ di trambusto, ero seduto in un posto vicino ad una scalinata dove passarono alcuni bodyguard, mi alzai per guardare chi fosse ma non c’era bisogno, era più grosso lui di quelli che dovevano farlo passare. Sorrise a tutti, riuscii a toccarlo e non mi sembrava vero, tanto era grosso.

Grande Lomu, grazie di tutto.

 

L’Islanda e il turismo non responsabile

“If you’re a dude who wants to come here and do your bucket list and put your picture up on Facebook, you’ll go home in a black bag.”

Questa frase è tratta da questo interessante articolo sul New Yorker che ho letto a singhiozzo in questo fine settimana. Sono andati in Islanda a seguire le squadre di volontari che fanno operazioni di soccorso in un’isola affascinante e pericolosa allo stesso tempo.

Nell’ultima decade il numero di turisti che ha visitato l’Islanda è praticamente triplicato, e questo non fa che incrementare un tipo di turismo che non è più fatto di soli appassionati (che magari erano coscientemente pronti alla spigolosità della natura islandese), ma anche di sprovveduti che seguono un trend, magari per postare qualche foto mozzafiato sui social.

Il problema è che molti di questi turisti credono di aver a che fare con un posto da cartolina senza considerare e rispettare un naturale codice di comportamento che un luogo simile pretende. Così capita che il conto da pagare sia salatissimo, anche in termine di vite umane.

Si è creato una sorta di impiego alternativo per tantissimi islandesi, che non sono una popolazione densissima, e che si sono convertiti in grandissimo numero ad essere volontari in squadre di soccorso, in molti casi pronti a salvare il culo a persone che non se lo meriterebbero, in altri a muoversi per falsi allarmi che risultano più comici che reali. Quasi tutti hanno storie di vita normalissima, come le nostre.

E’ un bell’articolo, che in parte misura anche il tasso di deficienza umana che stiamo raggiungendo senza accorgercene.

No doubt

L’ho detto più volte, scherzando ma non troppo: tra le cose che dovrebbero essere rese obbligatorie, almeno una volta nella vita, c’è correre una maratona.
Che non vuol dire vincerla, nè battere chissà quale avversario.
Vuol dire darsi un obiettivo, prendersi un anno e costruirsi un viaggio bellissimo, indimenticabile.
Poi una volta fatta potete tornare alla vostra vita di prima.
Ma niente, in realtà, sarà più come prima.

Linus, prendendo ad esempio l’impresa di Alicia Keys, ci ricorda e mi ricorda il motivo per cui ho mandato letteralmente a puttane una serie abbastanza considerevole di fine settimana a partire da agosto fino a oggi.

Potrei provare a spiegarlo a parole, ma gli ultimi secondi del video che ha postato Alicia sono la risposta a molte domande che molte volte mi sento fare. Non ho dubbi che la Keys l’abbia fatta tutta, dal primo all’ultimo chilometro. Sia perché è andata piano, sia perché certe facce non mentono.

Sono felice di aumentarla di grado nella classifica degli artisti che più sento di stimare, sia dal punto di vista musicale che da un lato “umano” di quello che ci offrono. Well done, Alicia.

Narcos

Come avevo scritto nel mio ultimo post, dal 22 ottobre Netflix è sbarcato in Italia.

Ho inaugurato la TV da poche settimane, ed ho attivato subito il mese di prova gratuito. Va premesso che, soprattutto per chi non ha Sky e possiede una smartTv, la prova gratuita è il minimo che moralmente si debba sottoscrivere con un servizio come quello di Netflix, anche se obiettivamente bisognerebbe anche minimamente abbonarsi ad almeno un mese a pagamento con servizio completo, perché quello che si ottiene è una gran bel prodotto (come ha detto qualcuno).

Premesse a parte, andando nel concreto, tra le tante cose che offre Netflix in Italia (compreso un parco film abbastanza limitato ma in costante espansione) vanno annoverate alcune serie che vengono prodotte autonomamente dalla piattaforma stessa. Avendo qualche giorno “libero” ho deciso di dare un’occhiata a “Narcos”, pur non essendo amante di quelli che una volta venivano chiamati “telefilm”.

Vista la prima puntata, devo dire di essere rimasto abbastanza folgorato. Dopo la seconda, posso dire di aver trovato qualcosa di molto molto interessante ed avvincente. La storia è quella del cartello di Medellin e della sua creazione e gigantesca espansione tra gli anni ’70 e ’80, sotto la guida di Pablo Escobar. Viene narrata da colui che impersonifica Steve Murphy, poliziotto americano della DEA che fece parte della task force inviata sul posto per combattere il traffico di droga dal posto in cui tutto veniva diretto.

Probabilmente, la cosa che più mi affascina è trovare i riscontri reali da quelli romanzati nelle storie, il lato narrativo è gestito benissimo, la sceneggiatura non è male, ci sono alcuni dettagli da migliorare ma soprattutto l’alternarsi di lingua originale spagnola sottotitolata ed il poco doppiaggio in italiano, rendono tutto molto più godibile e reale.

Credo che meriti almeno una chance, la prima puntata va vista. Il resto, lo deciderete voi stessi.