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Fino a qui, tutto bene

Due domeniche fa ho deciso di uscire comunque con il gruppetto della Società che partiva da Barchi per l’ultimo lungo pre-maratona. In programma 35 chilometri, o 33 fino ad arrivare al posto in cui avevamo lasciato le auto. Io ne ho fatti 33, ero arrivato già abbastanza scarico.

Visto l’imminente arrivo della scadenza della periodo di maternità della mia ragazza, mi ero portato dietro fascia e cellulare in caso di emergenza. Beh, mi son fatto praticamente 3 ore con un pensiero quasi fisso, che si è tramutato in un lungo mai così veloce, dovevo correrlo ai 5:45 ma l’ho fatto ai 5:30.

D’altro canto, si è fatta strada anche la consapevolezza di non poter mai più riuscire a correre in condizioni simili.

La testa, quando non lavora bene, fa lavorare male anche il resto. Muscoli contratti, stomaco in subbuglio, respirazione discostante. Lo chiamerei “il lungo più inutile di sempre”, dato che al 99% non correrò quella maratona. Dispiace, già da ora, pensare ad una rinuncia, ma per quanto possibile continuerò nel programma prestabilito.

A quando la prossima occasione? Chi lo sa, forse l’appuntamento con la gara regina sarà fra tantissimo tempo. Forse riuscirò a correre quella dell’8 maggio. L’importante è farsi trovare pronti. Mi resta solo una consapevolezza: fino a qui, pur facendo poco, sento di aver fatto un ottimo lavoro. E’ già una buona base per affrontare qualsiasi cosa accada.

Il futuro è qui

Sabato ho intravisto il mio futuro, inteso come runner.

Sono stato trascinato in un trail sul San Bartolo, insieme ad altri amici tra cui un “maestro” d’eccezione in materia. Mì è piaciuto assai.

Lunedì mi han fatto vedere questo video. Tolti i cani e gli estremi meteo, il resto credo sia applicabile per il sottoscritto. Correre senza tempi, senza ritmi prefissati e senza forzature particolari. A stretto contatto con la natura. Potrebbe piacermi, e pure parecchio. Diamo tempo al tempo.

 

#14

Difficile non cadere nel banale parlando della scomparsa di Johan Cruijff.

Il fatto che molti abbiano scritto qualcosa è inevitabile, in realtà chi ama il calcio gli deve qualcosa che non è nemmeno quantificabile, sotto certi aspetti. Durante questi giorni di ferie ci ho pensato, e ne ho scritto a più riprese.

Un uomo, un calciatore e un numero. Il 14. Insignificante fino ad allora, eterno dopo la sua carriera. Lo presi a modello ai tempi del passaggio dalle giovanili alla prima squadra, ricordo di aver detto al mister di allora “Mister, posso fare una richiesta? Visto che sto sempre in panca mi può dare il 14?”. Era importante, lo consideravo comunque un onore. Me lo sono portato dietro nel calcio amatoriale, nella vita di tutti i giorni e pure nelle tante password cambiate.

Su Cruijff giocatore è ancora più difficile non banalizzare. Per me un top 3 mondiale di sempre, sicuramente il più grande del calcio europeo. Un vero rivoluzionario. E’ incredibile pensare che dall’imbattibile Brasile vincitore del mondiale del 1970, infarcito di campioni, e l’egemonia Ajax di Michels con l’esplosione del calcio totale, passò solamente un anno. Nel 1970 ci fu il trionfo dei singoli, con Pelè, Gerson, Rivelino e Jairzinho. Dal 1971 in poi finché non avvenne l’ammutinamento degli olandesi ci fu un big bang calcistico completo, dove la squadra faceva la differenza e dove tutti erano attori intercambiabili in qualsiasi ruolo e posizione del campo.

Cruijff uomo (in campo e fuori) era un po’ cazzone, inutile girarci intorno. Faceva cose utili, sempre, ma se ti poteva umiliare lo faceva senza remore alcuna. Guardatevi la finale del 1972 ed il suo duello con un 19enne Oriali, che nei momenti di pausa si aggrappò a lui quasi a dire “ti prego, abbi pietà”. Lo umiliò e ci umiliò, come interisti. Anche dopo, quando è stato allenatore, dirigente ed opinionista, ha spesso sparato bordate sopra le righe. Come Sacchi, ha cambiato il calcio anche da fuori ma non è riuscito a convivere con quella creatura che aveva plasmato, preferendo farsi da parte dopo i fallimenti.

Qualcuno che ha vissuto su Giove fino a due giorni fa, potrebbe pure dire: ma chi era? Che ha fatto di così importante?

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Innanzitutto, la formazione di cui sopra (Olanda 1974), è da tatuaggio. Altroché le frasi di Vasco.

Poi, facendo parlare le immagini, consiglio innanzitutto la puntata di Sfide a lui dedicata, se la ritrovate da qualche parte. Io ho un VHS, è dei primi anni 2000 mi sa. Poi il mondiale del 1974 raccontato da Federico Buffa. Un altro paio di cose, tipo Buffa racconta Cruijff, che ho visto la scorsa estate su Dailymotion ma che ora non ho ritrovato. Poi i superclassici, un manifesto come Brasile-Olanda del 1974 e l’immancabile documentario di Ciotti “il profeta del Gol“.

Passione

Ieri sera, leggendo un articolo sul Bayern, sono incappato in questo video.

Guardiola che a fine partita contro il Borussia riprende uno dei giocatori più giovani proprio in mezzo al campo, davanti a tutti.

 

E’ stato criticato per questo comportamento, troppo vistoso ed esagerato, diciamo sopra le righe. Io lo trovo semplicemente fantastico, spiega tante cose sul concetto di trasmettere calcio che da sempre contraddistingue il lavoro di questo tecnico.

Mi ha ricordato il suo discorso motivazionale prima di un supplementare, alcuni anni fa, quando col Barcellona vinceva anche i tornei di briscola e tresette al bar dietro casa.

Il bello del brutto

Potrei spiegarlo in infinite maniere, ma perché farlo quando basta citare qualcuno che l’ha detto prima e meglio di te?

Possesso? per niente. Non mi interessa per niente. Quello che mi interessa è vincere. Il possesso è una storia che è stata venduta molto bene. È un modo di vincere, però non è l’unico. Uno sceglie quello che vuole. Noi siamo equilibrati nelle due fasi di gioco. Abbiamo giocatori per mescolare possesso, equilibrio difensivo e contropiede— Diego Simeone

Come al solito, l’UltimoUomo grazie a Davide Morrone tempo fa ha tirato fuori un gran bell’articolo su cosa sia oggi l’Atletico Madrid, una grande protagonista del calcio europeo grazie anche ad un grande allenatore con le idee molto chiare.

La cosa realmente invidiabile in questa squadra è aver cambiato diversi giocatori molto importanti negli ultimi 3/4 anni ed essere rimasta altamente competitiva su tutti i fronti, cambiando modo di giocare (e anche di vincere), ma soprattutto di saper difendere.

Per quanto sia noiosa e “brutta” la tattica, il gioco dei biancorossi è fondato su una solidità unica in europa. Un modo di saper stare in campo pressoché impeccabile, perfetto e difficile da sorprendere. Credo che qualsiasi squadra si veda uscire dall’urna la pallina dell’Atletico sia infastidita dal giocarci contro, perché ti costringono a giocar male. Saper difendere bene è un’arte, e Simeone sa far sacrificare i propri giocatori come pochi altri tecnici.

Invidio molto, da interista, lo spirito dei “colchoneros”. Hanno le idee chiare pur avendo un parco giocatori di livello non eccelso, eppure hanno sempre venduto cara la pelle in ogni manifestazione che hanno affrontato da quando il Cholo siede su quella panchina. Questo significa avere un’identità di squadra, questo è saper allenare un gruppo e trasmettere delle idee.

Sarebbe molto affascinante vedere Diego Simeone sulla panchina dell’Inter, non solo per il suo passato con la nostra casacca. Credo che sia l’investimento giusto per costruire qualcosa che attualmente manca: un carattere, uno spirito, un’identità e un senso di appartenenza ai colori. Certo, è un allenatore che ha un cachèt di altissimo livello, ma la storia recente ci ha insegnato che abbiamo speso malissimo molti più soldi per giocatori sopravvalutati.

Naturalmente, sono conscio che è un sogno e resta tale, frutto dell’ammirazione per il suo lavoro.

All the way to Monte Giove

Un piccolo passo alla volta…

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Son felice per Linus, tornato a macinare parecchi chilometri dopo tanto tempo. Però gli regalo anche un vaffanculo amichevole, dato che farne 17 a 5:04 di media a 58 anni dopo aver operato il tendine…beh, sticazzi.

Io, nel mio piccolo, ho limitato le uscite, come promesso dopo Firenze.
Mi sto godendo il vero piacere della corsa, me lo son goduto pure troppo dato che ho preso 3 kg in nemmeno 2 mesi, ma va benissimo così.

Ora ho ripreso un programmino, un RESTART, sarà dura seguirlo ma se fatto abbastanza bene dovrebbe mantenermi fino alla vera preparazione pre-Colle, alla quale sono iscritto ma non so mai se farò sino all’ultimo.

3 uscite, così suddivise:
– un lento da 12 km;
– un alternato da 13/15;
– un 20 km a ritmo maratona.
Non ce la farò mai, ma ho capito che senza un piano è dura trovare stimoli.

Durante le ferie mi sono regalato una bella uscita a Monte Giove, dove ho “aperto” l’ultima via che mi mancava, e che ho seguito alla cieca pur non sapendo dove mi potesse portare.
Son salito fino alla chiesa del Prelato e poi son sceso dalla parte opposta, mi son ritrovato tra Carignano e Fenile, e da lì ritorno a casa da Centinarola.
Era una mattinata nebbiosa, non c’era NESSUNO in giro e me la son goduta appieno.

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Qualche appunto pro-Maratona

Mi è venuto in mente che magari, un giorno, qualcuno di voi assiduo lettore di questo modesto blog, potrebbe voler provare a correre una Maratona. Anzi, so’ già per certo che 2/3 che lo leggono vorranno provare a correrne almeno una nel 2016, così in questi giorni di relativo riposo, complice il ponte dell’Immacolata, ho scritto qualcosa al riguardo.

Qualche appunto, diciamo consiglio, sulla mia esperienza in merito. Limitata, sicuramente, ma comunque utile per i neofiti.

La maratona di Firenze è stata il 29 novembre. La preparazione deve partire ALMENO 3 mesi prima. Fino ad inizio luglio avevo praticamente resettato le uscite, sono stato in pieno scarico tutto maggio e giugno dopo la ColleMarathon. Se preparate una maratona autunnale, agosto è il momento per iniziare a darci dentro e riabituare il corpo a stare su strada.

Ho fatto i mesi di luglio ed agosto con 2/3 uscite infrasettimanali, tutte all’alba (dato il caldo) senza uscire il fine settimana se non sporadicamente per qualche gara a fine agosto. Sveglia alle 5:30, uscita alle 6, ritorno alle 7, colazione, in ufficio alle 8. Questo era il ritmo.

Poi da settembre, complice il ritorno al lavoro, ho ricominciato a metter giù un piano serio. Sono salito con il chilometraggio fino a 20km circa, ed ho disputato una mezza maratona a Senigallia verso fine mese, senza forzare. Da qui in poi (se non da prima) è necessario avere un piano di lavoro, per unire metodo e volontà, altrimenti non ce la fate. O meglio, ce la fate, ma lo fate male. Un piano vario e ben fatto aiuta a mantenere la costanza ed alimentare la voglia di allenarsi.

Il mio “planning” consisteva in 3 uscite settimanali più il lungo del fine settimana, che a volte poteva essere sostituito da una gara (10/11/12 km) più altri chilometri a completare il totale previsto. In totale 4 uscite in 7 giorni, di cui almeno 3 da fare tassativamente per potersi allenare al meglio. I tipi di allenamento variano ogni settimana (se il piano è fatto bene), e si cammina su diversi ritmi, allenando il passo lungo, quello medio, il ritmo maratona e lavorando sulle ripetute. Vi servirà tutto, a conti fatti, o almeno io mi son ritrovato tutto sulle gambe quando era ora.

Il lavoro delle ripetute è una rotta di coglioni, o almeno per la maggior parte di chi lo fa vi dirà così, e mi metto sicuramente tra quelli. Vi posso solo dire che, se fatto bene, porta grandi risultati. Non è necessario fare ripetute su tempi mostruosamente più bassi di quelli usuali, arrivare in punto morte non allena quanto allenare bene su tempi umani ma decisamente più bassi di quelli abituali. Nel mio caso il lavoro ripetute veniva fatto su tempi di 1min più bassi del ritmo maratona. Se l’avevo impostato a 5:45 le ripetute le facevo tra i 4:30 e i 4:45.

Cosa mangiare, quando mangiare. Questa è un’altra cosa importante. Ognuno ha le sue abitudini e conosco gente che si beve un thé oppure mangia 2 yogurt prima di partire e non ha problemi. Le mie esperienze con yogurt e thé sono state disastrose. Se correvo la mattina, prima di partire a me bastava un bicchiere d’acqua e una barretta energetica, se dovevo fare un lungo ci aggiungevo due fette biscottate con un filo di marmellata oppure un pre-sport della enervit. Poi integravo durante la corsa. Generalmente parto abbastanza scarico, il mio stomaco ne risente parecchio. Se fate più di 15 km portatevi dietro un gel da usare a metà percorso. Fondamentale scaricare anche dal punto di vista del cesso, soprattutto prima di partire per i lunghi. Per le uscite serali infrasettimanali, solitamente mi tengo al lavoro le barrette della enervit e ne mangio una quando manca un’ora all’uscita dall’ufficio.

Cosa mangiare prima della maratona? Anche qui, ho seguito i soliti rituali del lungo. 4 fette biscottate, 2 con marmellata e due vuote o con il miele, un pre-sport, acqua oppure succo di frutta. Nient’altro. Durante la gara, se organizzata a dovere, troverete ristori con banane ed altra frutta sin da subito. Altra cosa fondamentale è l’idratazione, già da 10/15 giorni prima bisogna iniziare a bere parecchio, e durante la maratona l’errore più grande che potete fare è saltare un rifornimento perché non si ha sete. Bevete sempre, anche quando non vi va, anche solo mezzo bicchiere. L’acqua aiuta ad evitare i crampi, i benefici si faranno sentire dal 30esimo in poi, così come una malaugurata gestione vi presenterà un conto salato puntualmente verso 3/4 di gara.

Non ponetevi troppi obiettivi, andate per gradi. Ho impiegato due anni per fare una mezza e tre anni per correre la prima 42km. Ognuno fa storia a sé e fa il suo percorso, questo è verissimo, ma la testa va allenata e nel mio caso il cervello si rifiutava continuamente di pensare troppo in là. Una volta sbloccato il cervello, siete a posto. Farne 21 vi sembrerà come farne 10 prima. Un allenamento o poco più. Quindi prima di pensare “voglio fare una maratona” consiglio sempre di mettersi alla prova con una mezza, che personalmente mi mise a dura prova quanto la gara regina, lo scoglio che ho trovato al 17esimo è stato molto simile a quello trovato al 35esimo, le sensazioni mi sono parse le stesse.

Ultima cosa, fondamentale. Divertitevi. Non guardate sempre il crono e i tempi al minuto, fate delle uscite solo a sensazione, godetevi il paesaggio e cercate di variare i percorsi per quanto vi è possibile. Uscite con qualcuno, soprattutto per i lunghi, vi aiuta a fare fiato e tenere il ritmo senza stancarvi. Le uscite in compagnia vi fanno migliorare su tanti aspetti. Alla fin fine, non credo che corriate solo per il gusto di arrivare davanti a qualcuno o vincere qualche trofeo, se correte a livello amatoriale non avrebbe senso. E’ bello correre per il solo gusto di star bene, quindi godetevi il momento e quello che vi sta attorno. E raccontatelo, anche se vi verrà spontaneo, entrando in questo mondo si piomba in un meccanismo automatico per cui spesso ci si trova a parlare di running anche con gli animali domestici pur senza volerlo. E ci si sente tutti cretini, ma felici di esserlo.

Video

Asics, che ci tiene e che è stato il main sponsor di Firenze, ha fatto anche il cortese servizio di registrare qualche video qua’ e la’ durante i passaggi alla maratona, soprattutto in coincidenza dei ristori.

I miei li trovate a questo indirizzo, fate partire lo spot e poi vanno in automatico uno dietro l’altro. Se volete saltare qualche pezzo c’è il menù a tendina in alto a sinistra.

Potete anche vedere il mio arrivo, un po’ sopra le righe.

Firenze Marathon

E siamo al day after, un giorno a dir poco particolare. Bellissimo, sotto tantissimi punti di vista, ma durissimo. Il dolore che ti lascia una maratona ti accompagna dal suono della sveglia, anzi in alcuni frangenti si acuisce, e so non mi lascerà per i prossimi 2/3 giorni. D’altra parte, ti senti protagonista di un’avventura, un piccolo eroe del quotidiano, e ti senti autorizzato a fare cose deficienti, come girare da ieri pomeriggio con una medaglia al collo, e andarci pure a lavorare, come un bimbo di 5 anni col suo ultimo regalo ricevuto.

E’ la maratona, chi l’ha fatta può capire, per gli altri è più dura, e sinceramente capisco anche chi mi da’ dell’imbecille, cosa che traspare dagli sguardi di chi mi ha incrociato ieri in treno ed oggi in ufficio.

E’ stato bello, non è stato facile, e come al solito le previsioni che ti fai per mesi e mesi vanno a farsi fottere in men che non si dica. Avevo preparato un piano che mi portasse a migliorare il mio 4h36m di personale, cercando di correre ad un ritmo di 6 minuti al chilometro e provare a chiudere entro le 4h15m. Questo era l’intento.

Premessa: notte infernale, ho dormito fino alle 2:30, poi i ragazzi della stanza a fianco hanno ben pensato di indire un party con amici (prima) e poi di darci dentro con il remake di “ultimo tango a Parigi” per un totale di 1h e mezza. Alla fine, alle 4, si sono calmati, ma io non ho più dormito fino alle 6. Ritrovo ore 6:30 in sala per colazione. Vestizione con forte desiderio di recuperare le ore di sonno perse. Partenza a piedi facendo quasi 3 chilometri per il ritrovo in zona Lungarno Giraldi. Freddo, tensione, pensieri in testa, ricerca degli ultimi sorrisi con gli amici e poi pronti a partire per l’obiettivo prefissato.

La realizzazione del tutto è stata altra cosa rispetto al pensato, i consigli piovuti a decine durante l’avvicinamento mi dicevano di tenermi ben coperto con il ritmo per i primi 30 km, perché Firenze presenta diverse insidie sul finale, e arrivarci scarico avrebbe dannatamente compromesso tutto. Diciamo che la mia gara si è “guastata” dal lato del crono già in partenza, essendo inserito nell’ultima griglia avevo davanti un numero esagerato di persone (8000 circa), che dopo il via mi son ritrovato davanti per buonissima parte dei primi 10/15 km senza possibilità di sorpassarne più di un tot, dato che in alcuni pezzi (soprattutto in zona cascine) la strada era stretta e i gruppetti erano disposti a raffica, quindi era molto difficile poter correre liberamente ad un passo prefissato, pur sgomitando di continuo. Sono stato un pezzo con i palloncini dei 4h30m, almeno sapevo di fare meglio di prima…

Una volta trovato un po’ di spazio, ho cercato di impostare il ritmo, ed al 18esimo già si bestemmiava: scarica di crampo misto ad un forte dolore nel polpaccio destro, una zona che non mi ha mai dato problemi. Voglio dire, se era la coscia sinistra, me lo potevo aspettare, ma da lui no. Non volevo crederci, ho rallentato un po’, mi son fatto alcuni chilometri con un amico della squadra che nel frattempo mi aveva raggiunto, ancora fastidio, decido di cambiare passo e spingere, o la va o la spacca, avevo sentito dire che cambiare ritmo a volte funziona, accorciare i passi e mandare le gambe.

Vengo sorpassato dall’auto del Doctor a sirene spiegate, si ferma 200 metri più avanti a me, arrivato in zona vedo i teli a coprire un corpo, con i sanitari che stavano facendo massaggio cardiaco ed alcuni testimoni in lacrime. Poco più avanti, nel gruppetto in cui ero, si diceva che fosse morto, sembra invece sia stato preso per i capelli dalla prontezza dei ragazzi dell’intervento di emergenza.
Ora, non so se sia stato un meccanismo automatico nel dirmi “ci sei, ormai corri e basta”, ma da qui in poi è iniziata un’altra gara, eravamo intorno al ventesimo, ho iniziato a rimettermi in carreggiata con i tempi, poche distrazioni, passo sempre sotto i 6 minuti, recuperando tante posizioni, ho passato i 30 senza neanche accorgermi, il temuto muro dei 35 non l’ho sofferto, ho alternato ristori e spugnaggi ed in generale ho fatto la gara che sognavo, in gestione totale, lucido e consapevole, non ne avevo di più ma non scendevo mai troppo al di sotto come ritmo. Insomma, mi ero allenato per poter fare questo tipo di gara, e qui è venuta fuori tutta la preparazione sulle ripetute, sui cambi di ritmo e sul variato.

Ai 38/39 un po’ di crisi, la voglia di fermarmi per camminare fino al ristoro dei 40, ma poi dico perché camminare adesso, ormai tieni duro e al 40esimo ti riganci e fai l’ultima sparata da 2 km. E’ andata così, ultimi 2 con tanti altri sorpassi, alla fine durante questa progressione sono andato a vedere gli split ed ho sorpassato qualcosa come 100 atleti, e mi rendevo conto di poterne riprendere altri se solo avessi avuto più chilometri davanti.

Ma era ora dell’arrivo, che non arriva mai je possino castigalli, la parte finale con il lungarno finale sotto il sole a schioppo, prima dell’entrata in Santa Croce, fatta come piace a me, rallentando per mettermi a posto il pettorale e farlo vedere bene, con la gente che ti urla “daiii…hai quasi fatto daiii” eh lo so che ho quasi fatto, son 42 chilometri che ci smagono, lascia fare sant’iddio. Ho fatto un gran casino all’arrivo, c’era troppo mosciume in giro, ci voleva uno che ribaltava un po’, ho chiamato l’urlo della folla e sono arrivato gasato, a dire il vero forse un po’ troppo, ma vatti a contenere in quei momenti.

4h25m da crono totale, ma 4h19m in Real Time. Per soli 4 minuti non ho agganciato il mio obiettivo massimo, ma è stato tutto bellissimo, non esistono rimproveri per questo tipo di gare, arrivare è vincere, e le eventuali foto che troverò lo potranno testimoniare.
Ci sono migliaia di cose da dire e da scrivere che ho vissuto durante la gara, dalla partecipazione TOTALE di una città che sa vivere con la maratona e la sa far vivere a chi la corre, non a caso parliamo di una Top in Italia e anche a livello mondiale. Grande organizzazione, peccato l’arrivo “ingabbiato” senza la possibilità di poter abbracciare subito chi è venuto a vederti…ma capisco la logistica di un posto comunque abbastanza contenuto come Santa Croce.

E poi, su tutto, vince lei, Firenze. Arrivi dopo i 30km che non sai dove troverai le forze per farne altri 12, ma appena sbuchi tra due ali di folla nel punto in mezzo al Duomo e al Battistero, ti senti un re, tutti ti gridano, ti spingono, non li vedi ma li senti tutti. Attraversare Piazza della Signoria, godersi una giornata come quella di ieri passando sui Lungarni…oh ragazzi, è inutile, è Firenze.

Ora? Riposo, tanto riposo, e chiusura parentesi maratona per tanto tempo. Una gara del genere richiede tempo di preparazione, soprattutto per me che non sono propriamente un tipo da “non fai un cavolo ma vai subito in forma”. Ed ora ho altro a cui pensare, la “famiglia” chiama e da qui ad alcuni mesi dovrò correre dietro a ben altre cose, abbiamo un figlio in arrivo proprio in coincidenza della prossima Collemarathon, sicché risulta molto improbabile poter preparare una grande corsa a dovere. Mi limiterò alle corsette brevi con amici, magari qualche mezza…ma per il resto sarà dura.

Ma poi, detto francamente, frega na sega, se corri sei felice anche di fare 5 km, tornerà anche il tempo delle maratone, se è vero che c’è un tempo per tutto.

P.s.: sottolineo, con forza, il bellissimo trattamento riservato agli atleti francesi durante il percorso, che erano tantissimi. I volontari agli incroci che gridavano “Allez la France” tanto da portare me stesso, ogni volta che superavo un francese che esponeva la loro bandiera, a dire la stessa cosa e battere il pugno sul petto. E’ stato emozionante anche questo, in tutta sta gran bella giornata a Firenze.

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Jonah Lomu

L’attualità richiederebbe altri articoli, altre riflessioni ed altri spunti su cui discutere, dire la propria, far sentire la propria opinione. Sinceramente, vedo che sin troppi stanno esprimendo le proprie opinioni, più o meno condivisibili, e non me la sento di scriverne nel blog. Siamo diventati tutti opinionisti ed abbiamo tutti ragione, quindi tengo per me i pensieri al riguardo, e scrivo d’altro.

Oggi, 18 novembre 2015, ci ha lasciati Johan Lomu, totem della squadra neozelandese e leggendario trequarti di rugby a 15.

Avete presente quelle frasi del tipo “c’è stato un rugby prima e dopo di Lomu” oppure “ha rappresentato lo spartiacque tra diversi modi di intendere questo sport”…ecco…qui dobbiamo usarle, non ne possiamo fare a meno.

Pochi conoscono le regole di questo sport, tutti conoscono Jonah Lomu o almeno ne hanno sentito parlare o hanno visto di sfuggita anche solo una sua cavalcata. Ha impersonificato l’invicibilità e l’ha mischiata con una carriera piena di fragilità, che si è drammaticamente riproposta anche oggi con una morte prematura a soli 40 anni. Che peccato.

Non ha mai vinto una Coppa del Mondo, eppure tutti si ricordano le sue mete. Ha dovuto smettere più volte nel pieno della carriera, ed ha fatto la storia. Così forte, così fragile.

Ricordo di essermi interessato alle sue gesta dopo uno storico spot che fece per Adidas. Prima c’era un rugby, fatto di alcune cose molto belle ma sempre confinate in una platea molto ristretta. Dopo Lomu, il rugby divenne fico. Gli sponsor fecero follie per accaparrarsi i talenti e metterci il loro marchio, Adidas arrivò per prima e fece degli All Blacks un brand totale, aiutati da atleti come lui.

Lo vidi di persona a Firenze, durante un Italia-Australia, test match del 2010. Ci fu un po’ di trambusto, ero seduto in un posto vicino ad una scalinata dove passarono alcuni bodyguard, mi alzai per guardare chi fosse ma non c’era bisogno, era più grosso lui di quelli che dovevano farlo passare. Sorrise a tutti, riuscii a toccarlo e non mi sembrava vero, tanto era grosso.

Grande Lomu, grazie di tutto.