20 anni

F•R•I•E•N•D•S

“Meglio tardi, che mai”, recita il detto. E mai detto fu più profetico per il caso in questione.

Come ho scritto spesso, io guardo poca Tv, ultimamente direi pochissima rispetto al passato. Non guardo i talent, non ho Sky, non seguo le serieTV e non ne ho mai seguita una in vita mia (tranne una parentesi al tempo di “Doctor House”). Qualche film, ogni tanto, e quel poco Sport che viene trasmesso.

Stesso discorso per la mia ragazza, che però ha un background di tutto rispetto per quanto riguarda una famosa sit-com americana: Friends. L’ha seguita, amata, vista e rivista tante volte, al punto da diventarne una vera esperta. Io invece nulla, zero totale.

Com’è possibile che io, quasi 33 enne, non abbia mai visto una puntata intera? Eppure faccio parte di quella generazione che ne fu investita in pieno, com’è potuto accadere tutto ciò? Ora vi spiego.
Ricordo che tutti, o comunque tantissimi della mia generazione, passavano le serate a guardarsi le puntate dei 6 ragazzi newyorkesi alle 20 su Rai2. In casa mia, purtroppo, è da sempre in vigore la legge per cui alle 20 vada in onda il TG1, è l’unica parte della giornata in cui mio padre detiene il controllo assoluto del telecomando. E’ stata dura da digerire, per tanti anni, ma obiettivamente o mangiavo con la famiglia oppure andavo in camera a guardarmi Friends tutte le sere da solo. Ho preferito preservare l’unità famigliare.

Nel settembre scorso ricorrevano i 20 anni dal lancio della fortunata serie, ed abbiamo colto l’occasione per provare a rimediare a questo mio buco nero. Ci siamo comprati le prime 3 serie, per guardarle a tempo perso, qualche puntata alla volta. Devo ammettere che, per quanto sia dura reggere più di un episodio alla volta (spesso le guardiamo a mezzanotte inoltrata), è davvero difficile non riconoscerne l’assoluta genialità.

E’ spassosa, difficile trovare un aggettivo più adatto. Fa ridere, anche a distanza di tanti anni, e capisco anche il perché abbia avuto un successo crescente fino all’ultima puntata. Attualmente siamo a più di metà della seconda stagione, il bello deve ancora venire ma sono ad un buon livello di conoscenza dei personaggi e delle dinamiche che regolano i rapporti tra di loro. L’obiettivo massimo sarà rivedermi le serie in lingua originale, cosa suggeritami da tutti i fanatici per godere appieno dei dialoghi brillanti.

SerialMinds.com ha provato a descrivere in questo modo il travolgente successo della sitcom:

Fino a quel momento, la stragrande maggioranza delle comedy statunitensi poggiava sulle famiglie: famiglie già formate, di cui si raccontavano le peripezie quotidiane lasciando quasi sempre ai genitori il ruolo di protagonisti. Poco o nulla veniva detto di “come” quelle famiglie si erano formate, di come avevano fatto gli adulti protagonisti a… diventare adulti.
Gli autori di Friends, invece, tolsero quasi completamente i genitori dall’equazione, prendendo i “figli” e lanciandoli senza rete di protezione a New York, la città universalmente riconosciuta come più caotica e insieme più affascinante del mondo.
In un efficacissimo miscuglio di realismo (del contesto) e fiaba (degli sviluppi), Friends diventava specchio di una generazione che finalmente poteva relazionarsi con dei personaggi a cui somigliare fin da subito, non tra vent’anni.

Condivido appieno. Non ho altro da aggiungere.

Vi lascio il mio pezzo preferito, per quanto visto finora. Grandioso.

20 anni di Playstation

Esattamente 20 anni fa, il 3 dicembre 1994, la Sony lanciava sul mercato giapponese la prima versione della “Playstation“. Fu una rivoluzione totale, sia nel campo dei videogiochi che per quanto riguarda le vite di diversi esseri umani, impallati davanti ad una tv smagonando con qualche gioco. Io stesso ne fui coinvolto, e mai come con la “Play” la consolle entrò nelle case di una quantità esagerata di persone che prima non sapevano nemmeno cosa fossero i videogames.

Ieri sera mi sono visto i 20 minuti della bellissima e particolare storia (purtroppo il servizio è confezionato abbastanza male) di come nacque il progetto. Non sapevo dell’iniziale partnership e conseguente sgarbo della Nintendo, di conseguenza quello che ne scaturì fu un prodotto figlio della proverbiale testardaggine della Sony, che mai come in questo caso fece bingo.

Ho ancora la consolle ben custodita in casa, naturalmente fu modificata per far girare anche i giochi giapponesi. Alcuni mesi fa la tirai fuori per giocarci alcune partite a Winning Eleven, uno di quei titoli per il quale ho sicuramente perso giorni di vita che potevo dedicare a cause ben più nobili. Non mi pento di nulla, in fin dei conti ho anche trovato immense soddisfazioni per qualche livello concluso trionfalmente o per qualche partita vinta in rimonta, condivise solamente con me stesso nell’intimo della mia camera.

Un titolo, su tutti, è obbligatorio citarlo, e allora non ho dubbi: Metal Gear Solid fu, e per il sottoscritto lo resterà vitanaturaldurante, il più fantastico videogioco mai creato per Playstation. Qualcuno (che Dio l’abbia in gloria) ha caricato sul tubo i primi 10min di gameplay della versione italiana. Che emozione, anche a distanza di anni.

Jeff, Grace e me 20 anni dopo

Me lo ricordo ancora bene. Era il 1998, in edicola c’era ancora “Tutto” (rivista di musica molto in voga all’epoca) che usciva allegando il cd di “Ten” dei Pearl Jam, se non erro a 12 mila lire tutto compreso. Era un’occasione per sentire di che si trattava.

Ascoltai il disco ma diedi un’occhiata anche al giornale. All’interno c’era un articolo intero che parlava della misteriosa morte di questo cantante per me fino ad allora sconosciuto. Veniva descritta come una perdita immensa, e non si faceva che parlare di questo album, “Grace”, definita un’opera eterna.

Lo lessi e rilessi più volte. Giorni dopo andai al Disc&Soda, presi il cd e mi misi ad ascoltare. Fu una rivelazione, avevo scoperto Jeff Buckley. Lo ascoltavo ovunque, ricordo serate intere nel divano col lettore cd portatile e l’album in loop, gite di classe, viaggi in scooter al lavoro estivo con gli auricolari sotto il casco ed “Eternal Life” a schitarrare sotto.

Ho letto che il 23 agosto ricorrevano 20 anni dalla pubblicazione di questo unico, solo, inimitabile, inarrivabile disco inciso da Jeff Buckley.

Leggendo questo articolo di Arianna Galati ho pensato che è bello ritrovare in altre persone le stesse emozioni che un album ha saputo darti. Non faccio fatica a mettere Grace nei primi 5 album della storia, faccio solo fatica ancora oggi ad accettare il fatto che uno come Jeff ci abbia lasciato così dannatamente presto.

20 anni

20 anni fa, come oggi, moriva Ayrton Senna.

Come già detto diverse volte in questo blog, Senna significò tanto per quelli della mia età. La generazione prima fu rapita dal talento di Villeneuve, quelli dopo di noi dal motociclista Marco Simoncelli…noi ci restammo sotto con Ayrton e tutta l’aurea mitica (e mistica) che lo circondava.

Il giorno prima, 30 aprile 1994, se ne era andato nello stesso modo anche Roland Ratzenberger, semisconosciuto pilota austriaco.

Un articolo su Repubblica ricorda la storia di questo ragazzo, completamente oscurato da un destino strano, che lo volle morto nello stesso fine settimana del più importante pilota di quell’epoca.
Molto interessante, alcuni aneddoti erano per me totalmente ignoti.

“Vi ringrazio perché non avete dimenticato Roland. E benedico anche Ayrton per quella cosa lì”. Quella cosa lì era la bandiera austriaca. Senna la nascose sotto la tuta, l’avrebbe fatta sventolare l’indomani. Gliela trovarono gli infermieri. Era morta anche la giusta distanza.