recensione

Alex Ferguson – La mia vita

Ho finito di leggere, in pochissimo tempo, la bio di Sir Alex Ferguson, che come vi avevo preannunciato era un libro troppo appetibile per il sottoscritto, da sempre affascinato dal super-tecnico scozzese al pari solo di José Mourinho.

A me il libro è sembrato bellissimo. Scritto in modo molto semplice e comprensibile, ben suddiviso e bilanciato tra storie “vecchie” di un giovane Ferguson alle prese con sogni, speranze e lavori giovanili, tra un Fergie privato e famigliare ed infine tra un Sir Alex alle prese con storie più recenti riguardanti la sua epopea in panchina al Manchester United ed i suoi giocatori storici.

Durante la lettura ho sottolineato alcune citazioni, ve le riporto qui (grazie al mio Kindle, ma grazie soprattutto a Lucacicca per le dritte fondamentali), aggiungendo anche qualche video che aiuta a ricollegare immagini e momenti sportivi vissuti.

Allenare con fermezza, sin dai primi passi:

Devi saperti imporre. Come mi disse Big Jock parlando dei giocatori, mai innamorarsi di loro, perché non ti saranno fedeli.

Nell’ottobre 1974 andai a lavorare al St Mirren, fase successiva della mia formazione. Il primo giorno, in una foto sul “Paisley Express”, si vedeva il capitano che faceva un gestaccio alle mie spalle. Il lunedì successivo lo chiamai e gli dissi: “Se vuoi puoi andare via a costo zero. Qui non c’è posto per te, non giocherai.” “Perché?” chiese lui. “Tanto per cominciare, fare le corna alle spalle dell’allenatore non è un comportamento da giocatore esperto, né da persona matura. Da un capitano esigo maturità, e quello è stato un gesto da ragazzino. Devi andartene.”

Sul rapporto con Beckham, prima speciale poi burrascoso:

Fu in quei giorni che dissi al consiglio che David doveva andare via, e i membri che mi conoscevano sapevano qual era il mio messaggio: quando un giocatore del Manchester United si sentiva al di sopra del suo allenatore, doveva andarsene. Ho sempre detto: “Nel momento in cui l’allenatore perde la propria autorità, la squadra non esiste più; finiscono per gestirla i giocatori, e iniziano i guai.”

Un esempio: arrivando al campo di allenamento alle 15, prima di una trasferta con il Leicester City, notai dei giornalisti allineati lungo la strada verso Carrington; dovevano esserci venti fotografi. “Che cosa succede?” chiesi. “Sembra che domani Beckham svelerà il suo nuovo taglio di capelli,” mi dissero. David apparve con un cappello di lana in testa. A cena, quella sera, ce l’aveva ancora in testa. “David, togliti il cappello, sei al ristorante,” dissi. Rifiutò. “Non essere stupido, toglitelo,” dissi di nuovo. Ma non lo fece. Allora mi arrabbiai. Non potevo multarlo per quello. Molti giocatori portavano cappelli da baseball durante gli spostamenti, o roba del genere, ma nessuno era stato tanto irrispettoso da tenerlo in testa durante un pasto con la squadra. Il giorno dopo i giocatori stavano uscendo per il riscaldamento pre-partita, e David aveva il suo cappello in testa. “David,” dissi, “non uscirai con quel cappello in testa. Non ti farò giocare. Ti tolgo dalla squadra immediatamente.” Si infuriò, e lo tolse. Senza capelli, completamente rasato. Dissi: “Quindi era questo? Nessuno doveva vedere la tua testa rasata?” Il piano era di tenere il cappello e toglierlo solo al calcio d’inizio. A quel tempo cominciavo a perdere le speranze; rischiavo di vederlo divorato dai media e dalle agenzie pubblicitarie.

Il suo giudizio su Mourinho:

Tutti quelli con cui ne parlo mi dicono che José è eccezionale con i giocatori, è meticoloso nei suoi programmi, cura i dettagli. Quando lo conosci è una persona piacevole, autoironica, che sa prendersi in giro; non so se Wenger o Benítez abbiano questa capacità.

Saper gestire i giocatori. Le basi della sua filosofia:

Prima di tutto, devi dir loro la verità. Non c’è nulla di sbagliato nel mettere un giocatore fuori forma davanti alla realtà dei fatti. E quel che direi a chiunque stia perdendo fiducia in sé è che noi siamo il Manchester United, e che semplicemente non possiamo permetterci di scendere al livello delle altre squadre.

Le lodi sperticate suonano false, i giocatori lo capiscono. Un elemento centrale della relazione allenatore-giocatore è che l’allenatore deve far sì che i giocatori si assumano la responsabilità delle proprie azioni, dei propri errori, della qualità delle loro prestazioni e, alla fine, dei risultati. Eravamo tutti nell’industria del risultato. Qualche volta una vittoria risicata era più importante di un trionfo per 6-0 con un gol dopo venticinque passaggi. Il succo della faccenda era che il Manchester United doveva essere vincente, e potevo mantenere una mentalità vincente solo se dicevo in tutta onestà ai giocatori cosa pensavo delle loro prestazioni. Sì, qualche volta ero energico e aggressivo; dicevo ai giocatori cosa il club si aspettava da loro.

La bruciante vittoria del City nel campionato 2012/2013, all’ultima giornata e all’ultimo minuto, ai danni dei cugini Red Devils. Le immagini, oltre alle parole, aiutano a capire cosa successe:

Tornati nell’intimità di casa nostra, Cathy disse: “È stato il giorno peggiore della mia vita. Non ne posso più.” Il pomeriggio di domenica 13 maggio 2012 fu devastante. Per chi era neutrale fu il finale di campionato più eccitante della storia; per noi fu il momento doloroso in cui capimmo di aver gettato via il primo posto. Avevamo infranto la regola dello United che imponeva di non cedere una posizione di potere.

Sempre sui rivali del City, tornati vincenti, ma solo per un anno:

La mia idea sul fatto che il Manchester City non fosse riuscito a vincere di nuovo il titolo era che non avevano potuto contare su giocatori che capivano il significato di vincere un campionato per la prima volta dopo quarantaquattro anni.

La miglior partita della sua gestione, quella con la Roma, finita 7-1:

Un mese dopo che Henrik Larsson tornò in Svezia, mettemmo a segno una delle nostre più grandi vittorie europee: il 7-1 contro la Roma, il 10 aprile, fu il nostro punteggio più alto in Champions League. Due gol ciascuno per Michael Carrick e Ronaldo, uno per Rooney, Alan Smith e anche Patrice Evra, che segnò per la prima volta in Europa. Le grandi partite normalmente vengono vinte da otto giocatori. Tre giocatori in serata negativa si possono sopportare, se si impegnano al massimo o se svolgono ruoli puramente tattici per permettere alla squadra di ottenere il risultato. Ma una mezza dozzina di volte in carriera capita di raggiungere la perfezione, con tutti e undici i giocatori in sintonia. Quella sera ci riuscì tutto, segnammo il secondo gol dopo sei passaggi di prima

La sua ultima partita in casa, entrata trionfale con guardia d’onore:

Foto | Bbc

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Motorola MotoG – Il mio punto di vista

Quanto può essere buono uno smartphone che costa 179 dollari?

Questa domanda, posta da TheVerge nella loro review, era quella che mi aveva affascinato di più nel valutare il mio nuovo telefono cellulare. A distanza di quasi un mese di utilizzo, credo sia ora di parlarvi del mio Motorola MotoG by Google.

Premessa fondamentale: il mio precedente telefono era un Blackberry Curve 9360. Niente touch, sistema operativo “datato”, poche “app” veramente funzionanti come dovrebbero, e diciamo pure un senso di distacco evidente con i nuovi smartphone che venivano gettati sul mercato a raffica.

Avevo escluso dalla scelta un iPhone, a priori. La volontà era di fare un Nexus, indeciso tra il 4 e il nuovissimo 5 uscito da pochi mesi anche in Italia. Così, nell’attesa di prendere l’offerta giusta sugli Stockisti, un amico mi consiglia di dare un’occhiata al nuovo MotoG. Grosse perplessità iniziali, ma poi la frase decisiva “guarda, c’è dietro Google…sembra davvero un buon prodotto”.

E così mi guardo recensioni, unboxing varie su Youtube e con un colpo a sopresa, anche sfinito dall’attesa di “prendere l’onda giusta” con il Nexus, vado su Amazon e decido per il MotoG da 16g che in 3 giorni mi arriva dalla Germania.

Per le caratteristiche e le prestazioni in termini di numeri, andate a leggervi gli articoli, perché non sono il mio forte. Sicuramente, si percepisce, e forte, la mano di Google. Non appena acceso e collegato al wi-fi mi ha proposto l’aggiornamento alla versione kitkat 4.4 di Android. Significa che dopo i Nexus è stato reso immediatamente disponibile per Motorola.

Le impressioni al tatto sono ottime, ha un certo peso, impugnatura ottima con una mano sola e cover gradevole. Il MotoG ha un 1 gb di ram, non tantissimo, ma più che sufficiente per il mio utilizzo. La mia versione ha una memoria da 16gb non espandibile, io ad esempio non ci scarico musica, e credo che una buona parte  ne rimarrà inutilizzata. Scorrevole, veloce, nessuna pecca  grave per quanto riguarda l’uso del software. I difetti principali a mio avviso sono la fotocamera (praticamente uguale al mio vecchio BB) e, con mia sorpresa, la ricezione del segnale, da sempre un punto forte della tradizione Motorola. In aggiunta, pure l’altoparlante non è il massimo della qualità, gracchia con facilità passando da un volume medio-basso ad uno leggermente più alto.

Insomma, arriviamo alle conclusioni. Il MotoG da 16g viene venduto a 208 euro, al momento, su Amazon. Nella confezione vi trovate anche il cavo dati ed in aggiunta, se spedito da Amazon, anche l’alimentatore. E’ uno smartphone di ottima fattura targato Google e che contiene tutte le funzioni di base di cui avete bisogno per un normale utilizzo. Se pretendete di più,  chiaro che dovete dirigervi su altri prodotti. Di sicuro, per questo prezzo, non credo esista qualcosa con un pacchetto migliore.

*Update: non ho menzionato la batteria, che è sicuramente uno dei punti forti del telefono. La durata media, al momento, è di una ricarica quasi ogni 2 giorni di utilizzo, tenendo Gps e Wi-fi staccati, mentre dati e bluetooth sono sempre attivi. Orario di accensione ore 7:30 fino a mezzanotte circa. Direi sicuramente sopra la media per il segmento di cui fa parte.

Foto | The Verge

La mia su Yeezus di Kanye West

Ho avuto tempo e modo di ascoltare ed approfondire l’ultimo album di Kanye West, “Yeezus”, di cui tanto vi avevo parlato prima dell’uscita.

Dico subito che i timori della vigilia erano fondati, ma era praticamente impossibile aspettarsi un lavoro simile a quello fatto con “Dark Fantasy” nel 2010, proprio perché il personaggio e il suo sviluppo musicale garantiscono la non ripetitività di situazioni passate. A posteriori, mi sembra che West abbia creato un frattura sin troppo ampia tra i 2 lavori, e non mi pare si possa dire in meglio.
Ci sta essere personaggi, consapevoli della celebrità e dell’impatto mediatico, ma poi bisogna saper gestire la faccenda, e qui sembra che il tutto sia sfuggito di mano.
Il disco è formato da 10 tracce, in molte di queste traspare il delirio di onnipotenza di West, con testi ridondanti sul fatto che lui è Dio, che parla con Gesù, e menate varie. Se poi anche il lato musicale non funziona a dovere e compensa il resto, allora siamo di fronte ad un fallimento.
Giudizio complessivo: un grosso passo indietro (o meglio un mancato passo avanti) nei testi, un sound dall’impatto devastante ma tetro e completamente diverso dal passato (tranne che per Bound2), molta rabbia (sfogata male), tanto casino. Purtroppo questa volta nemmeno le collaborazioni mi sembrano funzionare, vada per i Daft Punk ma ad esempio Justin Vernon dei Bon Iver non sembra sfruttato bene quanto 3 anni fa. Da salvare sicuramente l’utilizzo di samples e di auto-tune in cui Kanye emerge da sempre in tutto il suo talento, ma non può bastare.
Insomma, si era presentato bene, senza chiassose anteprime, un album uscito quasi in sordina contrariamente alle abitudini del personaggio, e che incassa tanto al debutto anche come pareri della critica, ma che personalmente mi lascia l’amaro in bocca dopo un ragionevole periodo di ascolto. Credo che la megalomania abbia bruciato uno dei più interessanti personaggi in circolazione, speriamo che la mia sia solo un’impressione e che venga smentito in futuro.

La mia sul “Bar delle grandi speranze”

In questo fine settimana ho finito di leggere il celebre romanzo di JR Moehringer, “Il bar delle grandi speranze“. Per chi non conoscesse l’autore, si tratta di colui che ha scritto, di fatto, uno dei casi letterali degli ultimi tempi, ovvero “Open”, l’autobiografia di Andre Agassi.

Il racconto, profondamente autobiografico, parla della vita dell’autore, cresciuto con i genitori separati, vivendo con madre e nonni, la lontana presenza di un padre distaccato e disinteressato e con una situazione famigliare non certo facile. JR cresce ed affronta le varie situazioni della vita (scuola, amore, lavoro) con un solo punto fermo, il bar appunto, dove trova rifugio, consiglio ed ispirazione costante. La storia è scritta benissimo ma per quella che è stata la mia esperienza c’ha messo non poco per decollare. Precisamente, finché il ragazzo non entra in pianta stabile nel “Publicans” (è il nome del bar), ero quasi sul punto di abbandonare la lettura, tanto mi sembrava stagnante nei capitoli iniziali.

In seguito aumenta il ritmo ed il resto della trama è spassosa e gradevole, per certi versi mi son ritrovato a confrontare i tanti personaggi ed episodi “da bar” con quelli vissuti personalmente, riconoscendo che in alcuni casi si hanno di fronte situazioni ed esperienze che ti formano su come affrontare la vita meglio di tanti altri luoghi che si frequentano.

In definitiva si tratta di un bel romanzo, certo non un capolavoro assoluto per quello che è il mio umile giudizio, ma che merita almeno di essere letto e giudicato.