rugby

Jonah Lomu

L’attualità richiederebbe altri articoli, altre riflessioni ed altri spunti su cui discutere, dire la propria, far sentire la propria opinione. Sinceramente, vedo che sin troppi stanno esprimendo le proprie opinioni, più o meno condivisibili, e non me la sento di scriverne nel blog. Siamo diventati tutti opinionisti ed abbiamo tutti ragione, quindi tengo per me i pensieri al riguardo, e scrivo d’altro.

Oggi, 18 novembre 2015, ci ha lasciati Johan Lomu, totem della squadra neozelandese e leggendario trequarti di rugby a 15.

Avete presente quelle frasi del tipo “c’è stato un rugby prima e dopo di Lomu” oppure “ha rappresentato lo spartiacque tra diversi modi di intendere questo sport”…ecco…qui dobbiamo usarle, non ne possiamo fare a meno.

Pochi conoscono le regole di questo sport, tutti conoscono Jonah Lomu o almeno ne hanno sentito parlare o hanno visto di sfuggita anche solo una sua cavalcata. Ha impersonificato l’invicibilità e l’ha mischiata con una carriera piena di fragilità, che si è drammaticamente riproposta anche oggi con una morte prematura a soli 40 anni. Che peccato.

Non ha mai vinto una Coppa del Mondo, eppure tutti si ricordano le sue mete. Ha dovuto smettere più volte nel pieno della carriera, ed ha fatto la storia. Così forte, così fragile.

Ricordo di essermi interessato alle sue gesta dopo uno storico spot che fece per Adidas. Prima c’era un rugby, fatto di alcune cose molto belle ma sempre confinate in una platea molto ristretta. Dopo Lomu, il rugby divenne fico. Gli sponsor fecero follie per accaparrarsi i talenti e metterci il loro marchio, Adidas arrivò per prima e fece degli All Blacks un brand totale, aiutati da atleti come lui.

Lo vidi di persona a Firenze, durante un Italia-Australia, test match del 2010. Ci fu un po’ di trambusto, ero seduto in un posto vicino ad una scalinata dove passarono alcuni bodyguard, mi alzai per guardare chi fosse ma non c’era bisogno, era più grosso lui di quelli che dovevano farlo passare. Sorrise a tutti, riuscii a toccarlo e non mi sembrava vero, tanto era grosso.

Grande Lomu, grazie di tutto.

 

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La palla ovale

Il momento esatto in cui Tom Coolican, malcapitato rugbista del team Usa, realizza che forse alcuni anni fa era meglio seguire i suoi tanti amici che si sono dati a quel simil-sport “made in United States” fatto di armature, paracolpi, balletti isterici, campi sintetici ed azioni da 4 secondi l’una.

Fonte: Rugby 1823

Tutti in piedi per il Barone

Andrea Lo Cicero, detto “il Barone”, storico giocatore della nazionale italiana di rugby, ha ricordato in conferenza stampa che quella di oggi contro l’Irlanda, all’Olimpico di Roma, sarà la sua ultima partita in azzurro.

Ha giocato 102 volte con la nostra maglia, con quella di questo pomeriggio saranno 103, un record assoluto. In 4 di quei 103 caps io ero presente. E’ uno di quelli che ti resta nel cuore, che ti fa innamorare di questo sport, uno vero, una roccia.

Vedere una bestia del genere sciogliersi in lacrime come un bambino fa un certo effetto. Non si sa come finirà la partita, l’unica cosa sicura è che saranno tutti in piedi per applaudirlo, sia italiani che irlandesi, e questo è certo, perché nello sport dovrebbe essere sempre così ma nel rugby lo è sempre stato.

Grazie, Barone.

“Cinquantacinque punti in testa, di cui ventuno solo a un orecchio. Sei dita rotte. Quattro costole. Un gomito. Spalle lussate a volontà e una clavicola fratturata. Distorsioni varie alle gambe. Un collaterale rotto e una sublussazione del ginocchio. Uscite dal campo per infortunio: nessuna. (Andrea Lo Cicero)”

Foto: Rugby 1823