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Mauro Berruto e il 10%

Mauro Berruto è l’allenatore della nazionale maschile di pallavolo. In 3 anni ha collezionato 2 argenti europei, una terzo posto olimpico, un terzo posto alla World League. Non ha vinto niente, si potrebbe dire. Giusto. Ora però andate prima a vedervi anche le formazioni di questi 3 anni, perché a mio dire in tutte le circostanze si è fatto il massimo di quello che si poteva fare, forse anche di più come nel caso dell’ultimo europeo perso domenica in finale contro una squadra mostruosa come la Russia.

Non è un caso il fatto di arrivare sempre in fondo, e non si può dire che l’allenatore non incida tanto. Mantenere un livello di competitività simile nell’arco di 3 anni è davvero super, e va riconosciuto al tecnico torinese. Da tanti punti di vista, soprattutto umani, uno come Berruto rappresenta un bene per il movimento pallavolistico e per lo sport italiano in generale.

Si dice che l’allenatore, specialmente nella pallavolo, non incida più del 10% sul risultato finale. A me pare una cazzata colossale, e forse Berruto ne è l’esempio migliore per smentire questa stupida tesi.

Io ce l’ho fatta, e non sono nessuno

Giacomo Jack Sintini è un pallavolista con una storia particolare, molto semplice da raccontare. Prima era un professionista della pallavolo, nel 2011 gli fu improvvisamente diagnosticato un linfoma, si è curato ed è guarito circa un anno fa. Non contento, è tornato a giocare, è stato chiamato da una delle squadre più forti d’Italia (e del mondo) per fare la riserva di un giocatore fondamentale come il palleggiatore. Fatto sta che Raphael, l’alzatore titolare, si fa male in gara4 della finale scudetto e quindi Sintini si ritrova a giocare la decisiva gara5 da titolare, senza aver mai praticamente giocato tutto l’anno, nel ruolo più delicato di tutti. E va a finire che vince, lui e la sua squadra.

La sua intervista a fine partita con Ale Antinelli è una di quelle cose che fanno bene allo sport, che fanno bene alla vita. E’ una testimonianza diretta di autentica gioia. Grazie, Jack.